Sviluppare un’App: solo una questione di genio?

Conoscete tutti il telefilm Big Bang Theory, vero? Nella puntata "L'utilizzo dei pantaloni da autobus" (quarta stagione), Leonard comunica ai suoi amici di aver avuto un'idea che li farà diventare ricchi: un'app per risolvere le equazioni differenziali fotografandole. In un batter d'occhio, i quattro geni Leonard, Sheldon, Howard e Raj mettono in piedi il progetto di sviluppo dell'app e decidono di incontrarsi ogni sera a casa di Leonard e Sheldon per lavorarci sopra. Ben presto, però, le cose si complicano: Sheldon si mette di traverso con il suo egocentrismo, mentre Penny fa partire un progetto parallelo, la realizzazione di un'app che riconosca un paio di scarpe fotografate, rintracciando il negozio in cui sono state acquistate. Non svelo il resto dell'esilarante puntata, ma approfitto della citazione per agganciarmi ad un tema d'attualità: trovare l'idea per l'app del secolo e diventare ricchi, una specie di Zuckerberg Story in versione mobile.

Ma siamo proprio sicuri che funzioni così e che tutti possano improvvisarsi sviluppatori di app?

Su una cosa sono completamente d'accordo: le nuove tecnologie offrono strumenti low cost - e spesso, con gli open source, addirittura gratis - per mettere in pratica idee (vedi quello che succede con i makers, i nuovi artigiani digitali). Il dibattito sulle facilitazioni alle start-up (leggasi: possibilità di dare vita a un'impresa con un capitale simbolico di 1 euro) sembrano esprimere il medesimo concetto: largo alle idee, ai colpi di genio, ai giovani talenti; abbasso le infrastrutture costose, gli ostacoli legislativi, le logiche vischiose di un certo b2b all'italiana.

La formula può funzionare, soprattutto quando significa dare spazio a giovani talenti che, in altri casi, non avrebbero modo di emergere. Se questo significa però improvvisarsi in un lavoro che non si conosce, allora non sono d'accordo.

Lo sviluppo di app sembra essere il nuovo Eldorado: tutti possono sviluppare un'app, soprattutto se si decide di rilasciarla nello store di Android (Google Play), spazio più libero dello store Apple. La facilità del processo di pubblicazione è un incentivo alla creazione di app che, in alcuni casi, non rispettano i criteri di qualità che Apple e Google richiedono agli sviluppatori.

Lo sviluppo di un'app non è poi cosa così scontata; soprattutto in regime di concorrenza crescente, conviene puntare sulla qualità per non correre il rischio di vedere la propria app "annegare" tra migliaia di altre, o, peggio ancora, per non ritrovarsi tra le mani un'app scadente, brutta e, in definitiva, inutile. A dirlo è una voce ben più autorevole della mia: Deloitte, la più famosa società di consulenza al mondo, ha pubblicato pochi mesi fa il rapporto con le previsioni riguardanti il mercato e le aziende che operano nei settori Technology, Media & Telecommunications.

Deloitte ha spiegato che siamo di fronte ad un momento di fortissima crescita delle app e dei dispositivi mobili. L'impetuoso aumento delle app porterà ovviamente ad un abbassamento dei prezzi, ma anche ad un processo di “selezione naturale” delle applicazioni migliori. Mi sembra ovvio: in regime di concorrenza crescente vincono la convenienza e/o la qualità. Ecco perché tenderanno ad imporsi sul mercato soltanto i professionisti, che si lasceranno dietro la lunga scia dei creatori di app-fai-da-te.

Per tornare a Big Bang Theory, sono sicura che i quattro geni di Pasadena sarebbero perfettamente in grado di sviluppare un'app competitiva, così come credo che i numerosi giovani talenti italiani, spesso privi di canali d'espressione e valorizzazione, debbano trarre il massimo vantaggio dagli scenari economici e tecnologici che caratterizzano questi tristi tempi di crisi.

Ma quando il self made da opportunità diventa pressappochismo è il momento di fermarsi e fare un passo indietro, ricordando che non esistono scorciatoie per il successo e che la professionalità, prima ancora che un vanto, è un dovere.